Attentato contro Sigfrido Ranucci, 4 arresti: “Hanno agito su commissione, con metodo mafioso”

Quattro persone sono state messe in carcere o agli arresti domiciliari per l’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 a Pomezia. L’ordigno, contenente circa un chilogrammo di polvere pirica, ha semidistrutto le auto del giornalista Rai e della sua figlia, danneggiando il muro perimetrale della villetta. La Direzione Distrettuale Antimafia di Roma ha indagato su un commando che ha operato per conto di mandanti ancora non identificati.
L’attentato: un ordigno rudimentale con “miccia accesa”
La notte del 16 ottobre 2025, intorno alle 22:17, un boato ha fatto tremare le case e i vetri della zona di Pomezia, alle porte di Roma. Un ordigno rudimentale, posizionato tra due vasi a circa 20 metri dal cancello della villetta di Sigfrido Ranucci, conduttore del programma Report su Rai 3, è esploso con la miccia accesa. L’attacco, descritto dal giornalista come un vero e proprio “salto di qualità” rispetto ai petardi esplosi nelle settimane precedenti, ha causato danni devastanti: l’auto del conduttore è stata completamente distrutta, mentre quella della sua figlia è stata semidistrutta. Il muro perimetrale della abitazione ha subìto gravi danni e l’esplosione ha lasciato segni evidenti sulla proprietà.
Ranucci, che mancava da casa da alcuni giorni, ha potuto solo constatare la gravità del gesto, sottolineando che l’ordigno “avrebbe potuto uccidere” se fosse passato qualcuno, come sua figlia che era entrata in casa poco prima dell’esplosione. L’attentato è stato classificato come danneggiamento con l’aggravante del metodo mafioso.
La pista criminale: commissione, mandanti e denaro
Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Roma hanno portato all’arresto di quattro persone, tre delle quali sono in carcere e una agli arresti domiciliari, nelle province di Napoli e Avellino. Gli indagati, accusati di detenzione, porto e uso di ordigni esplosivi, minaccia e danneggiamento, hanno agito su specifico mandato di terze persone ancora non identificate, ricevendo un compenso economico per l’operazione.
I mandanti, che hanno fornito fondi, schede telefoniche dedicate e assistenza legale, avevano pianificato anche un eventuale fuga all’estero per i presunti esecutori. Gli arrestati hanno tentato in più occasioni di ostacolare le indagini, effettuando bonifiche per cercare microspie, distruggendo schede SIM e concordando linee difensive per dissimulare il loro coinvolgimento. Le indagini sono attualmente focalizzate sull’identificazione dei mandanti.
Le cinque piste degli inquirenti
Gli inquirenti hanno tracciato cinque piste principali per comprendere le motivazioni dell’attentato:
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La pista della Camorra: L’inchiesta giornalistica di Ranucci è considerata l’unico linguaggio che i clan non riescono a controllare, rendendo la pista camorristica sempre più concreta.
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Ambienti di estrema destra: Tra i contesti tracciati c’è quello legato agli ambienti dell’estrema destra e alla commistione tra criminalità locale e frange estreme del tifo ultras.
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Pedinamento e autoctoni: Gli specialisti del Ris stanno analizzando i reperti dell’ordigno (circa un chilogrammo di polvere pirica pressata) per trovare la “firma” dell’autore. La bomba potrebbe contenere indizi che avvalori la tesi di soggetti autoctoni che pedinavano Ranucci, conoscendo i suoi spostamenti.
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Attacchi precedenti: A settembre dell’anno precedente, erano già stati trovati davanti alla villetta due proiettili calibro 38, segno di un clima di intimidazione crescente.
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Altre motivazioni: La DDA sta valutando anche altre possibili motivazioni legate alle inchieste del giornalista.
La reazione istituzionale e la solidarietà
L’attentato ha provocato una forte reazione istituzionale. Il Presidente della Repubblica ha espresso severa condanna per il grave gesto intimidatorio, mentre il capo dello Stato ha inviato la sua solidarietà al giornalista. La procura antimafia di Roma ha assunto l’indagine, confermando la natura mafiosa dell’attacco.
Sigfrido Ranucci, che si è dovuto recare in tribunale con la scorta per denunciare l’accaduto, ha ribadito che l’esplosione poteva provocare danni ben più gravi, non solo per la sua vita ma per quella di chiunque fosse transitato in quella strada trafficata.
Le indagini proseguono per svelare l’identità dei mandanti e comprendere le dinamiche complete di questo attacco, che mira a intimidire chi, come Ranucci, porta avanti inchieste di rilevanza nazionale sui clan e sulla criminalità organizzata.







