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Confessione shock l’ex fidanzato di Aurora Tila ammette il delitto

Il caso di Aurora Tila torna al centro dell’attenzione con una svolta clamorosa: l’ex fidanzato ha confessato di averla uccisa, ammettendo per la prima volta la propria responsabilità durante il processo d’appello. Il giovane, che all’epoca dei fatti aveva 15 anni, era già stato condannato in primo grado a 17 anni dal Tribunale per i minorenni di Bologna per l’omicidio della tredicenne, morta dopo essere precipitata dal balcone della sua abitazione a Piacenza il 25 ottobre 2024.

La confessione è arrivata nel corso dell’udienza celebrata in videocollegamento dal carcere minorile di Catanzaro. L’imputato ha cambiato versione rispetto al passato, chiedendo scusa per il gesto e anche per aver aspettato così a lungo prima di ammettere il reato. Un passaggio che, sul piano processuale e umano, segna una svolta significativa in un caso che per mesi aveva visto il ragazzo professarsi innocente, sostenendo ricostruzioni alternative dei fatti.

Per la famiglia della vittima, la confessione rappresenta un momento di forte impatto. L’avvocato Emilio Malaspina, che assiste la madre di Aurora, ha parlato di un passaggio che “chiude un cerchio”, pur auspicando che la Corte confermi la sentenza di primo grado, ritenuta congrua rispetto alla gravità del delitto. I giudici, intanto, hanno rinviato il procedimento in attesa di una relazione sul comportamento del ragazzo nell’istituto penitenziario; l’udienza è stata aggiornata al 10 settembre.

Nelle motivazioni della sentenza di primo grado, pubblicate a marzo 2026, i giudici hanno riconosciuto che Aurora Tila era vittima di stalking da parte dell’ex fidanzato. Un aspetto particolarmente rilevante emerso dagli atti riguarda le domande che la ragazza rivolgeva a ChatGPT: chiedeva consigli su come gestire quella relazione, se fosse opportuno lasciarlo e come distinguere un amore vero da uno tossico. Per i giudici, quegli scambi sono coerenti con il quadro di pressione psicologica e timore in cui la vittima si trovava.

La sentenza aveva già sottolineato, inoltre, l’assenza di segnali di pentimento da parte dell’imputato nella fase iniziale del procedimento. In primo grado, infatti, il giovane non aveva riconosciuto l’omicidio e aveva sostenuto versioni diverse, prima parlando di una caduta accidentale e poi attribuendo alla ragazza un gesto volontario. Le prove raccolte, secondo i giudici, erano invece “schiaccianti” e “granitiche”, sostenute anche dalle testimonianze oculari.

Sul piano giudiziario, la condanna di 17 anni è stata inflitta nel novembre 2025 con rito abbreviato. Il pubblico ministero aveva chiesto una pena più severa, pari a 20 anni e 8 mesi, mentre la difesa aveva chiesto l’assoluzione. L’appello, dunque, resta ora il passaggio decisivo per verificare se la confessione inciderà sulla valutazione finale della Corte o se la pena di primo grado verrà confermata.